Non vedo, non sento e non parlo

Ermengalda si girò e vide avanzare un uomo in accappatoio.

Sebbene io abbia inventato questa frase di sana piana, sono certo che molti di voi non avranno notato nulla di strano. Anzi, ne sono ancor più sicuro, vi sarà sembrata perfino familiare. Questo perhé si tratta di un errore piuttosto comune.

In alcuni tipi di narrazione, specialmente se lo scrittore si pone in netto distacco con ciò che scrive, specificare azioni normalmente istantanee viene quasi del tutto automatico. Ma cosa succede, invece, se decidiamo di ridurre il Pov a solo ciò che un personaggio sa, vede o sente? Mettiamola su un altro piano: immaginate di girarvi e di rivolgere lo sguardo al cielo.

Vorrei che vi fermaste a ragionare su questa differenza. Io, narratore esterno, sto guardando voi e sto descrivendo le vostre azioni più evidenti. Qui, in questo caso, io sottolineo che state guardando il cielo, perché è ciò che penso/credo voi stiate facendo.

Mettiamo però che tra me e voi non ci sia differenza, che siamo la stessa persona. Non ho più bisogno di specificare cosa stiamo guardando, bensì dirò direttamente quello che vedo: cioè il cielo.

Questo succede perché molte nostre azioni, a maggior ragione quelle legate alle funzioni sensoriali, sono tanto immediate che le si esegue senza soffermarcisi troppo. Le facciamo e basta. Io non vedo il cielo grigio. Non sento i suoni. Io non dico qualcosa.

Un rumore assordante rimbombò nella sala comandi. Il Comandante sollevò il capo verso il grande quadrante del radar: un segnale lampeggiava sullo sfondo verde, ogni volta che le onde radio scandagliavano i fondali marini.

Si rivolse al suo secondo a voce alta. “Identificazione. Subito!”

Un esempio molto sintetico, ma che spero chiarisca il discorso affrontato.

Con questo chiudo qui e, come sempre, al prossimo Punto di Vista!

 

 

 

Mostra, non raccontare

«Non voglio dimostrare niente. Voglio mostrare»

Diceva Federico Fellini. Un maestro di quest’arte che, in narrativa, è meglio conosciuta come Show, don’t tell. Il concetto, riassunto – o meglio, tradotto – nel titolo, lo chiarifica ancor meglio Giulio Mozzi: presenta, non evocare.

L’idea alla base di questa tecnica, che Mozzi stesso definisce “antinoia”, sta nel tentativo di evitare un eccessivo uso di spiegazioni e/o commenti personali dell’autore, a scapito di una maggiore azione e un miglior uso dei dialoghi. Lo Show, don’ tell al suo meglio serve ad evitare quelle informazioni eccessive o superflue.

Il “Mostra, non raccontare” vede l’autore capace di snocciolare una scena davanti al lettore, ma senza tarpare le ali della sua fantasia. Raccontare troppo, fornire spiegazioni muniziose e pedulanti, preclude la possibilità di una libera interpretazione del testo. Certo, l’autore in quanto tale sarà sempre libero di far trasparire la propria idea/opinione nel testo, ma, fin dove possibile, il suo intervento deve risultare impercettibile.

Lo Show, don’t tell non è quindi un cieco taglio di informazioni. Se è vero che si consiglia di evitare una sovrabbondanza di spiegazioni, la vera arte del “mostrare” sta proprio nel cosa mostrare. E dal momento che, come tutte le regole della narrativa, lo Show, don’t tell ha numerose interpretazioni, va da sé che esso non debba essere preso come un comando imperativo. Se raccontare ogni cosa è deleterio per il testo, lo è anche mostrare ogni cosa.

L’atto stesso di mostrare pone l’accento proprio su quello che si mostra. Per tanto, molti scrittori di fama mondiale consigliano di mostrare solo ciò che si vuole drammatizzare, e di raccontare solo ciò che non ha importanza o non ha un diretto impatto sul personaggio.

Mi servirò di alcuni esempi, sfruttando i passi della mia ultima recensione:

Quando la zia si girò rimase scioccata, si sentì un rumore di porcellana, la donna corse ad abbracciarli.

Questo è un esempio di raccontato. Abbiamo la scena della zia che si gira, è sorpresa, e compie un’azione. La scena è molto sbrigativa e, come detto sopra, da l’idea di avere poca importanza. Se si fosse trattato di un viaggio o di qualcosa di meccanico (come bere, camminare, vestirsi, o andare da punto A a punto B) il raccontato ci sarebbe stato utile per non soffermarci troppo su qualcosa che si autoconclude. Qui, invece, la drammatizzazione del mostrare avrebbe enfatizzato l’emozione della zia. Ripropongo qui l’esempio:

Renè stringeva tra le dita una tazza di percellana. La sollevò, ma mai così in alto da sfiorarla con le labbra. Poco prima ne aveva utilizzata un’altra, ma il manico si era rotto e si era frantumata a terra. Guardò la seconda tazza e la studiò: non voleva sprecare ancora l’infuso caldo. «È un brutto segno», bisbigliò. Bevve di colpo, tutto d’un fiato. Il sapore bollente e marcato le scese fin dentro il petto. Con gli occhi chiusi e il capo all’insù, poteva giurare di vedere i campi di grani, la casa baciata dal Sole del mattino, e la capitale di Ignis sull’orizzonte montuoso. Una lacrima le solcò il viso e schiuse le palpebre prima che le fiamme e il volto di Genesis si palesassero nella sua mente. Adagiò la tazza con cautela e si asciugò il viso. «Faremo mai ritorno?» si domandò. La porta si aprì alle sue spalle. Era rimasta così immersa nel silenzio che anche il semplice suono dei cardini in movimento fu sufficiente a farla sobbalzare.
Dall’uscio avanzò suo marito. Portò una mano sul cuore e sospirò.
«Mi hai spaventata, Robert», gli si rivolse con la voce rotta da ampi respiri. Si accorse in un secondo momento che suo marito non era solo. Non fece in tempo a chiedergli nulla: dalle sue spalle fecero capolino due ragazzi. Un maschio e una femmina. Renè portò le mani sul volto, coprendo la bocca spalancata. Balzò in piedi ma rimase a lungo senza riuscire a muoversi, e senza poter dire alcunché. Non appena John fece un timido passo verso di lei, reagì e corse verso di lui. Lo afferrò con il braccio destro, mentre il sinitro si allungava verso Calliope. Li strinse entrambi in un abbraccio ferreo.
«Lo sapevo». Pianse. «Mi avevano detto… non ho voluto crederci». Tempestò di baci entrambi e, per un lungo momento, ringraziò il cielo per aver riportato a casa i suoi nipoti.

Come potete notare, il mostrato si dilunga molto sulle reazioni del personaggio, a maggior ragione su una scena drammatica come il ritrovare i figli dati per dispersi o morti. Al contrario, se avessimo dovuto parlare della zia Renè che si reca nel salotto per gustare il suo tè, allora avremmo potuto riassumere e raccontare il tutto in maniera sbrigativa, perché, proprio come i nostri gesti abituali che facciamo senza riflettere, soffermarsi a descrivere ogni momento di ogni gesto più ininfluente appesantirebbe la lettura.

Altro esempio, tratto sempre dallo stesso romanzo:

Solo Delta aveva disubbidito a quest’ordine, aveva viaggiato in lungo e in largo. Il capitano Govannon inizialmente lo aveva seguito di nascosto e poi si unì a lui.

Qui il raccontato è necessario. Non c’è bisogno di conoscere nel dettaglio il viaggio di Delta, se questo non ha alcuna importanza rilevante per lui quanto per noi. Tuttavia, se sintetizzare spesso coincide con il raccontare, non tutto il raccontato è sinonimo di riassunto. Qui, ad esempio, qualche informazione sul dove e come Govannon era riuscito a trovare Delta e sul perché si era unito a lui avrebbe potuto giovare al lettore. Nulla di complesso. Perché spesso qualche informazione ben piazzata può valere più di qualsiasi descrizione dettagliata ma inutile.

Per questo, lo Show, don’t tell è il vostro migliore alleato, ma non l’unico. Una tecnica narrativa non esclude mai l’altra, perché ognuna ha un suo scopo e, se ben dosata, può servire a migliorare i propri scritti. Spero che questo articolo vi sia di aiuto e al prossimo Punto di Vista!

Aqua Ignis Terra Vento – recensione

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Titolo: Aqua Ignis Terra Vento

Autore: Arturo Perrotta

Casa Editrice: Artetetra Edizioni (il cartaceo), Gruppo Albatros Il Filo (l’ebook).

Genere: Fantasy

Trama: Anche se non hanno legami di sangue, Frank, John e Calliope si sono sempre considerati fratelli, fin da quando, ancora piccolissimi, sono stati accolti nella fattoria di Robert e Renè. Non conoscono nulla del loro passato, nè tantomeno della Grande Guerra e degli eventi in cui persero la vita i loro genitori; tuttavia, giunti nel pieno dell’adolescenza, sentono di possedere poteri fuori dall’ordinario, come la capacità di controllare il fuoco o la possibilità di muoversi a velocità sorprendente. Quando la minaccia di una nuova guerra si profila all’orizzonte, i ragazzi verranno chiamati ad un grande compito, forse più grande dei loro stessi poteri: fermare Genesis, un malvagio generale che per anni ha condotto esperimenti genetici sui bambini.

*

Vorrei soffermarmi un secondo e aprire un preambolo: ogni volta che prendo il libro di un esordiente desidero, con tutto me stesso, tesserne le lodi. Per questo, quando mi trovo nella posizione di dover criticare un testo, o, come direbbe qualcuno, di parlarne male, sto in realtà facendo più male a me che all’autore recensito. Sono un autore in erba anche io e, dunque, sono ben consapevole dell’impatto che può avere una recensione negativa su chi si è appena approcciato alla pubblicazione. Eppure, piuttosto che la menzogna, preferirei la cruda verità di una recensione obiettiva. Questo è, in fondo, il mio intento anche in questo caso.

Detto, ciò iniziamo!

La prima cosa di cui vi parlerò è la trama. Apro un preambolo: la quarta di copertina parla di tre ragazzi (Frank, John e Calliope), ma il romanzo vedrà protagonisti solo Frank e Calliope, più un terzo denominato Delta. A primo impatto mi è lecito pensare che, tra la trama della quarta di copertina e la trama del romanzo finito, sia avvenuto un cambio sostanziale, che però né l’autore e né la casa editrice hanno avuto cura di correggere nella quarta di copertina (la cover della versione ebook, addirittura, di personaggi ritratti ne ha ben quattro).

Sin dal primo capitolo di Aqua Ignis Terra Vento, ci viene presentato un manifesto di denuncia contro le atrocità della guerra e una critica al consumismo, di cui i conflitti sono la conseguenza. Tuttavia, salvo una blanda spiegazione iniziale del perché la guerra è brutta e del perché gli esseri umani, pure in un mondo idilliaco, devono sempre e comunque farsi la guerra, l’autore non sviscera l’argomento nella sua complessità. La guerra, per quanto orribile sia, si costruisce su numerosi fattori che, però, nel romanzo vengono sistematicamente riassunti, confusi e/o omessi. La Grande Guerra del passato non ha quasi nessun effetto nel presente del romanzo. Se non fosse che ci viene ripetuto che Frank, John e Calliope sono orfani di guerra, sarebbe davvero difficile desumere che questa guerra sia avvenuta affatto. Allo stesso modo, l’evento successivo, che dovrebbe catapultare Frank e Calliope verso un percorso di maturazione, avviene tanto in secondo piano che, salvo pochi e sporadici eventi, di uno solo di grande portata, si fa fatica a percepire il pericolo che il mondo dovrebbe vivere. Frank, Calliope e Delta non sono mai del tutto partecipi di un conflitto che sta consumando la Terra. Anche quando la battaglia in qualche modo li raggiunge è solo per poco e senza risultare incisiva: le situazioni di convenienza, i salvataggi in extremis, sfilze di personaggi sempre ben disposti verso di loro, nemici che puntualmente falliscono nel loro compito di uccidere cose o persone, smontano del tutto l’idea del pericolo che una guerra di scala mondiale e in corso dovrebbe suggerire.

La stessa ambientazione (definita in modo generico Terra), poi, è a malapena approfondita. Il mondo di Aqua Ignis Terra Vento esiste in funzione dei suoi protagonisti e non, invece, viceversa. Tutto ciò che ci è dato sapere viene riassunto ad inizio romanzo, per quanto concerne il suo background, e stilato dettagliatamente di volta in volta che i personaggi approdano in un luogo nuovo. In una narrazione per POV, a una descrizione dettagliata corrisponde un interesse del personaggio verso ciò che sta descrivendo. In Aqua Ignis Terra Vento, invece, le descrizioni devono solo anticipare al lettore tutto ciò che deve sapere, per poi perdere ogni utilità. Questo anche a scapito della coerenza: non è raro, infatti, che l’autore dimentichi o cambi in maniera sostanziale un luogo. Ad esempio: variare l’intera pianta urbana di una città solo per cavare i personaggi da un vicolo cieco.

Lo stile scelto per narrare questi eventi, poi, non aiuta il lettore nell’immedesimazione. Se da un lato abbiamo l’idea di un narratore esterno, l’uso scorretto dei POV rende difficile concentrarsi su questo o quel personaggio. L’autore fa fatica a soffermarsi su un singolo punto di vista. Non solo si sposta tra i suoi protagonisti in maniera caotica, ma, perfino, passa dai personaggi principali a quelli secondari con poco o nessun avviso. Buoni o cattivi che siano.

Soffermandoci sui personaggi, la prima nota dolente da sollevare riguarda la spasmodica necessità dell’autore di descriverne le caratteristiche fisiche per filo e per segno. Qualsiasi personaggio, secondario o primario, riceve un elenco bello e pronto di tutte le sue migliori qualità fisiche. Una volta servita la descrizione al lettore, essa viene abbandonata e ripresa solo se, nel mentre, è cambiata o va sottolineato qualche particolare che prima non c’era. Sempre all’aspetto fisico viene lasciato il compito di descriverci il personaggio sul piano emotivo. Benché una traccia di introspezione sia presente nella storia (e ne parlerò meglio nella zona spoiler), la profondità delle emozioni umani è a malapena sfiorata e limitata a poche sintetiche azioni. In assenza di uno “Show, don’t tell”, cioè del raccontato che prevale sul mostrato, anche i momenti di maggiore impatto, che dovrebbero spingerci a empatizzare con le vicende, si trasformano in un riassunto, spesso molto sbrigativo, di chi fa chi e chi dice cosa.

In conclusione, si fa notare che il testo è pieno di errori banali, strane incongruenze, refusi, ripetizioni, tempi verbali sbagliati o confusi, punteggiatura inadeguata, formattazione del testo da rivedere; il che mi porta a sostenere che Aqua Ignis Terra Vento non ha ricevuto né un editing dei contenuti e né uno di forma. Qui di seguito alcuni esempi:

Arrivò una piccola fitta, il primo attacco di John era già andato a segno colpendo l’amico sul lato destro, Frank rimase immobile, ecco un’altra piccola fitta, stavolta sulla guancia sinistra. Frank restò ancora immobile […]

Solo Delta aveva disubbidito a quest’ordine, aveva viaggiato in lungo e in largo. Il capitano Govannon inizialmente lo aveva seguito di nascosto e poi si unì a lui.

Quando la zia si girò rimase scioccata, si sentì un rumore di porcellana, la donna corse ad abbracciarli.

Questi sono solo alcuni degli esempi degli errori da me riscontrati, ma penso bastino a sostenere la mia valutazione finale. Dal mio Punto di Vista, Aqua Ignis Terra Vento è un prodotto acerbo, incompleto, scritto male e curato peggio. Una bozza bella e buona messa in vendita come libro finito. Ed è un peccato, perché le tematiche da me intuite nel testo potevano, se ben utilizzate, portare alla luce un racconto interessante. Tanta potenzialità sprecata, per un testo che non rende giustizia a un autore che conosco e di cui nutro grande stima.

VOTO FINALE: Vale la pena leggerlo? Domanda difficile, perché dovrei dare per scontato che i miei gusti siano uguali ai vostri. Se, al termine di questa recensione, le mie parole non sono servite ad altro che a incuriosirvi, trovate il libro su amazon o sul sito dell’editore.

APPROFONDIMENTI

Se mi avete seguito fin qui, significa che avete letto le mie opinioni sul romanzo. Qui affronterò di nuovo le stesse argomentazioni, ma mi servirà anche di esempi presi dal romanzo. Si tratterà delle stesse cose dette prima, solo che qui ci sono gli spoiler!

Partirò dal titolo. Ho consultato molte persone, tra cui latinisti e studiosi, e tutti mi hanno confermato che l’uso di Vento anziché Ventus, in un titolo che usa termini latini, è sbagliato. Per quale motivo nessuno si sia accorto di questo errore, al momento di pubblicare, sfugge alla mia comprensione.

LO STILE NARRATIVO e CURA DEL TESTO

Genesis sembrava molto divertito dallo scontro, i suoi occhi erano accesi. Tentò spesso degli affondi e la sua spada cambiò forma, questo mise in difficoltà i suoi avversari poiché non riuscivano a prevedere bene le sue mosse.
Volcano riuscì a mandare a segno un fendente, ma il generale non sembrò accusare il colpo, nemmeno quando fu spinto a terra da un colpo dello zio Rober, sembrava inarrestabile. Volcano e Robert invece stavano rallentando il ritmo, sembravano esausti da quello scambio di colpi, parate e schivate. Il piano del generale era proprio quello: stancarli. Ad un certo punto due spuntoni di metallo uscirono dal terreno conficcandosi ai fianchi dell’imperatore, Volcano fu alzato a terra, le sue braccia caddero immobili, le due spade tintinnarono atterrando sul pavimento.
Per un attimo Frank sentì il tempo rallentare, non poteva essere, non poteva sconfiggerlo. Sentì come in lontananza l’urlo di Azzurra, nonostante fosse al suo fianco, poi vide il viso sconvolto dello zio Robert.
Il vecchio urlò di rabbia e si lanciò con tutta la sua rabbia contro Genesis, sembrava essersi rinvigorito e ogni colpo aveva una potenzia inaudita. Il viso del generale cambiò espressione, divenne più serio e preoccupato, probabilmente ricordava il loro passato, forse la cicatrice che portava sul volto faceva ancora male.
Più di una volta nuovi spuntoni di metallo uscirono dal terreno, ma lo zio Robert ormai era velocissimo, rispondeva colpo su colpo, disarmò il nemico e poi lo atterrò con un calcio.

Ci sono tanti esempi che avrei potuto utilizzare, ma questo passaggio, per me, è la chiave di volta del mio discorso sullo stile utilizzato dall’autore. Qui troviamo riassunti i punti deboli della narrazione di Aqua Ignis Terra Vento:

  • A livello strutturale abbiamo un ammontare di ripetizioni, refusi, tempi verbali spesso imprecisi, interpunzione usata quasi a casaccio, la presenza di avverbi, aggettivi vari, verbi al gerundio, ed errori banali che pullulano in ogni rigo dall’inizio alla fine (le cicatrici non si “portano” ndr). Segno che il testo non ha mai visto un editing o, almeno, una seconda lettura.
  • Per quanto riguarda la forma, lo scritto è molto sintetico. Anche troppo. L’autore non si sofferma a descrivere i colpi che i personaggi si scambiano nemmeno quando sono, evidentemente, così importanti da uccidere qualcuno o scatenare la rabbia degli altri. Su tutti gli altri glissa e procede oltre come se non avessero importanza. Così anche uno scontro importante e potenzialmente fatale si trasforma in un ballo di marionette, su cui, di tanto in tanto, l’autore dipinge un sorriso o una smorfia col pennarello per farci capire che provano qualcosa.
  • L’uso di “sembrava” qui e lì va esattamente contro tutto ciò che la scena dovrebbe rappresentare: cioè frenesia, adrenalina, pathos e un senso di velocità tra azioni disumane. Genesis sembra voler colpire. Frank sembra non capire. Zio Robert sembra in difficoltà. Ma in un romanzo le cose o succedono o non succedono, diceva King in un suo saggio. Peccato che il romanzo sia quasi tutto così.
  • I POV sono gestiti in maniera assai caotica e imprecisa. L’autore non è mai del tutto certo se usare il narratore onnisciente, se entrare nel merito di quel che vedono e provano i personaggi, né sa quando balzare da un pov all’altro. Accade fin troppo spesso che i cambi di scena non siano seguiti dai giusti spazi, mentre anche quei cambi di inquadratura che ne hanno si limitano a un rigo, pur avvenendo in luoghi differenti e con personaggi le cui azioni, in generale, non stanno avendo qualche ripercussione diretta sui protagonisti.

WORLDBUILDING

La zia Renè si schiarì la voce, «molto bene, visto che finalmente siamo pronti, possiamo fare lezione. Oggi studieremo la storia. […]»

Ci soffermiamo sulla parte più dolente del romanzo: il suo mondo. Qui ritroviamo il primo errore dell’autore emergente: la fretta di raccontarci tutto. In questo caso, si parla del bisogno di farci sapere com’è fatto il mondo prima ancora di farcelo vedere, e, peggio ancora, farlo con uno spiegone proprio al primo capitolo.

Non solo il romanzo si apre con una lunga digressione sul passato del mondo, sconvolto da una Grande Guerra, ma, con tale stratagemma trito e ritrito, ci viene anche presentato il cattivo (aka Genesis) e, con esso, anche un motivo che debba giustificare l’addestramento di un gruppo di ragazzi in un orfanotrofio.

«Vedi Jessica, anche se ormai i regni hanno raggiunto la pace, c’è un latitante accusato di crimini di guerra, il generale Genesis, che è anche una vecchia conoscenza di vostro zio. Si dice che stia radunando un esercito personale, ma non se ne conosce il motivo. Dovete sapere che questo pazzo era a capo di un progetto chiamato “Progetto Delta”, con cui si facevano esperimenti su dei ragazzi con lo scopo di trasformarli in terribili armi da guerra. Inoltre gira voce che l’impero dia la caccia a un pericoloso terrorista. Quindi, come vedi, meglio essere pronti ad ogni evenienza» […].

Ora prendiamo in esame la trama del romanzo, ovvero che:

[…] tuttavia, giunti nel pieno dell’adolescenza, sentono di possedere poteri fuori dall’ordinario, come la capacità di controllare il fuoco o la possibilità di muoversi a velocità sorprendente. Quando la minaccia di una nuova guerra si profila all’orizzonte, i ragazzi verranno chiamati ad un grande compito, forse più grande dei loro stessi poteri: fermare Genesis, un malvagio generale che per anni ha condotto esperimenti genetici sui bambini.

Basta una rapida lettura delle parole della zia Renè per notare l’evidenza: i ragazzi devono allenarsi perché, volenti o nolenti, lotteranno contro Genesis. Anche qualora non balzasse subito all’occhio, basta ragionarci sopra per realizzare che dei ragazzi addestrati in un orfanotrofio al suono di “per ogni evenienza” sa di evento telefonato.

Tralasciando il bg della storia montato ad arte, entriamo nel merito nel mondo stesso. Quattro regni governati da imperatori. Ogni regno ha un “sotto-regno” che è governato da tutti tranne che dalla legittima figura del re (uno dei sottoregni, per dirla tutta, è governato da un dottore ndr). Dei regni che popolano il mondo, la storia ne tocca una piccolissima parte, e di quelli che tocca, spesso, dimentica anche la conformazione. Prendiamo, ad esempio, quella che appare più volte nel romanzo: Ignis.

Era sempre uno spettacolo rivedere la città del regno di Ignis: un’immensa muraglia percorreva il perimetro della grande città, alla quale si accedeva attraverso un enorme cancello fatto di metallo scuro. […] le strade erano larghe e tutti gli edifici erano in mattoni, la gente correva indaffarata per la città.

La prima citazione si riferisce alla prima visita. La città viene descritta punto per punto, da una Calliope che si guarda intorno ed elenca minuziosamente ciò che vede.

«Ho letto che il regno di Ignis è stato costruito in modo che tutte le case siano unite dai tetti, è una specie di strada di emergenza»

La seconda parte, cioè la seconda visita alla città, vede Calliope tirare fuori dal cilindro una descrizione che, stranamente, prima non ha notato. Assurdo, se si pensa che al primo arrivo ad Ignis, la descrive punto su punto, senza però non fare un solo accenno a questa fantomatica via di fuga. Chiaramente, questo è un espediente narrativo successivo, ideato per cavare i personaggi fuori dal pericolo.

Ma, tralasciando la trame e le sue armature, quello che sorprende è la facilità con cui i termini regni e città si confondono fino a svanire.

Calliope guidò i suoi due compagni lungo la strada che portava al grande cancello principale dell’immenso regno di Ignis […]

Un po’ come il famoso triangolo Vegeta, che la serie Abridged ironicamente solleva in un episodio:

“Freezer minaccia di distruggere Vegeta”.

“Aspetta, parli di me, del pianeta o di mio figlio?”

“Ehm, si”.

Quello che voglio dire è che non si capisce, mai, se l’autore si riferisca alla città come città, se intende dire che il regno di Ignis e la città abbiano lo stesso nome, o se il regno effettivamente sia limitato solo all’area urbana. Il problema è che, quando i personaggi sono in fuga verso il confine, dicono chiaramente di muoversi nel territorio del regno. Sarebbe bastato dare alla città un nome nuovo, o ricordarsi di specificare che si sta parlando della capitale del regno (e non una banale città), per evitare una simile confusione.

Meglio non va agli altri luoghi, limitati a una descrizione iniziale; ai popoli che la abitano, che sono del tutto anonimi fino a un punto della trama e, anche in quel punto, servono solo come plot armor; alla fauna e alla flora che, salvo sporadici espedienti volti a darle una parvenza di complessità, serveono solo allo scopo di descriverci quanto è brutta e devastante sia questa fantomatica guerra. Peccato che, a parte qualche animale morto e qualche bosco bruciato, se si pensa che i protagonisti viaggiano per giorni dentro un bosco rigoglioso, la mia prima impressione è che la guerra tutto abbia toccato tranne che la natura. In verità, a ripensarci, la guerra non tocca nemmeno le città: le persone evacuano, ma i centri urbani sono intonsi.

PERSONAGGI

Di fronte a loro vi era un ragazzo che aveva un fucile puntato nella loro direzione. Il giovane era molto alto, arrivava sicuro ai due metri, aveva un fisico possente, occhi castano chiaro che mostravano coraggio e arguzia, capelli corti e molto ben curati, l’abbigliamento era leggero con pantaloni scuri e una giacca con molte tasche, la sua arma aveva una lunga canna, con un mirino a telescopio.

Come per l’ambientazione, anche i personaggi soffrono di una descrizione fisica precisa ad ogni loro apparizione. Una lista della spesa bella e pronta. L’autore ci sbatte in faccia tutto quello che dovremmo sapere dei personaggi e, per il resto della narrazione, non vi si sofferma quasi più. L’unica eccezione la fa con Calliope: la quale, in un dato momento della storia, letteralmente scopre di avere un tatuaggio. In pratica, questa ragazza non si è mai spogliata o non è mai stata davanti a uno specchio, perché, fino a quando un personaggio secondario non glielo fa notare, lei nemmeno è cosciente di avere questo simbolo che, a quanto pare, cresce sempre di più con l’aumentare della sua età. Ancor più assurdo, non se ne accorgono nemmeno i suoi compagni di viaggio, tra i quali spicca Frank che dovrebbe essere, sulla carta, suo amico d’infanzia.

Sui sentimenti sarebbe sciocco discuterne ancora, dato che l’esempio del combattimento con Genesis mostra a chiare lettere fin dove si spinge l’introspezione dei personaggi. Ma, come dicevo prima, esiste un unico caso di approfondimento emotivo e merita una menzione: sto parlando di Jessica.

Non sentiva solo il battito, poteva sentire i suoi sentimenti, vide i ricordi passati custoditi con grande gelosia. I primi giorni alla fattoria, le lunghe notti a piangere, gli mancavano i suoi genitori, l’arrivo di John, Frank e Calliope, quando aveva insegnato loro le regole da seguire, le sere trascorse a pettinare i ricci di Iris e Calliope, e Lucas. Era stato il primo ad arrivare lì, era grazie a lui se si era ambientata, se ne era innamorata subito. Sentì il dolore di quando lui iniziò a frequentare Iris, la rabbia che aveva provato verso una delle sue più care amiche, e poi finalmente il giorno in cui era riuscita a farsi notare, lui che la porta sotto il ciliegio, il sapore delle sue labbra, il calore del suo corpo, e improvvisamente il terribile giorno in cui l’unico ragazzo che avesse mai amato era stato ucciso davanti ai suoi occhi. Poi la promessa del generale Genesis di restituirle un pezzo della propria anima, l’odio verso Frank e Calliope che avevano rovinato le loro vite opponendo resistenza.

Questa è la cosa più vicina a un tentativo d’introspezione in tutto il romanzo. Ed è anche l’unica del suo tipo. E non avviene a nome del personaggio a cui appartengono questi ricordi, bensì è provocato da un personaggio secondario che, in maniera del tutto discutibile, entra in risonanza con le emozioni di Jessica.

Faccio una premessa: il personaggio, assieme a John, è uno dei sopravvissuti al massacro che Genesis fa nella fattoria/orfanotrofio (dal quale si salvano tutti, tranne Lucas). Non solo decide di schierarsi al servizio di colui che ha ammazzato “l’unico uomo che lei abbia mai amato”, ma, cosa ben più inspiegabile, se la prende non con l’assassino di Lucas, ma con Frank e Calliope. E questa scena, questo presunto momento di approfondimento emotivo, viene sprecato su un personaggio del tutto marginale e dimenticabile, invece che spalmarsi su quei protagonisti che dominano la stragrande maggioranza del romanzo.

A terra vi erano due uomini e intorno a loro molta gente, uno era l’imperatore Volcano, l’altro lo zio Robert, su di lui la moglie che, reggendogli il capo, lo cullava, piangendo e accarezzando il suo viso. Intorno a lui vi erano anche Iris, Oscar e Frank abbracciato da Azzurra. Calliope, incredula, corse verso di loro gettandosi in lacrime sul corpo dello zio. Delta rimase in disparte […]

Jessica non è nessuno. La sua morte è tanto inutile che a piangerla è solo l’alchimista che l’ha costretta a spararsi in testa. Al punto che gli altri, tra tutti Frank e Calliope, se ne dimenticano e non ne fanno più neanche menzione.

Allargando un po’ la visuale sugli altri comprimari della storia, vediamo l’autore presentarci un gran campionario di personaggi secondari, buoni e cattivi, ma tutti dimenticabili. Dal momento che l’approfondimento emotivo è minimo e le descrizioni fisiche sono impacchettate una tantum, il numero di personaggi di secondo piano, che già per tale ragione rasentano l’anonimato, non spiccano per nessun motivo valido che non sia aiutare, spingere o muovere i personaggi verso il prossimo evento. Alcuni muoiono senza motivo. Altri cambiano fazione con facilità irrisoria. C’è pure chi, avendo la vittoria in pugno, la cede per un escamotage narrativo risibile. Se tutto ciò che la trama contiene deve piegarsi e modellarsi affinché i protagonisti abbiano successo, non deve meravigliare che i personaggi di contorno esistano solo per una funzione come gli NPC dei videogiochi.

E ci sarebbe ancora altro da dire, ma temo di essermi allungano anche troppo. A conclusione, posso solo dire di aver provato per Aqua Ignis Terra Vento un profondo senso di dispiacere. Dispiacere per una storia che meritava più cura, più lavoro, un editing professionale e, in generale, una formattazione come si deve. Spero in futuro di vedere questo romanzo sotto una veste riveduta e corretta, per potermi rimangiare tutto quello che ho detto. Ma, fino ad allora, io vi saluto. Grazie per aver letto fin qui e al prossimo Punto di Vista!

L’incipit: l’importanza di iniziare bene

Può un testo contenere tanta verità? La risposta è sì.

La bottega delle storie

pablo (2)

Che tu abbia scritto una novella breve o un romanzo, le prime sue righe possono essere determinanti per colpire l’immaginazione o le emozioni del lettore.
Dall’incipit si può intuire quale sia lo stile dello scrittore, quale la musica che incontreremo lungo le pagine che ci approcciamo a leggere. Se hai strabuzzato gli occhi leggendo la parola “musica”, lasciati raccontare perché parlo di essa: a scandire il ritmo di una melodia è il tempo che intercorre tra le note suonate e udibili e i silenzi, le pause, che possono essere brevi, lunghe, oppure sincopate e nervose. È leggendo:

Emerse dalle tenebre.
Memento e incubo.

Un uomo in un mantello colore delle ombre, su un cavallo da guerra colore dell’acciaio. Un viandante. Nient’altro che un viandante in nero.
Avanzò lungo la strada flagellata dalla pioggia del Giorno dei Morti. Superò i relitti di case sventrate, invase da erbacce sibilanti nel vento…

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A.A.A. RACCONTI CERCASI – selezioni ottobre 2018

Iniziativa interessante! Sono tentato 😀

Editor Gloria Macaluso

Ascoltare un racconto e sentirlo proprio è come ricevere una formula per aggiustare il mondo

Roberto Saviano

Cari lettori, è con grande entusiasmo che riapro le selezioni all’iniziativa “Tre racconti per…” !

In QUESTA PAGINA potrete trovare il primo bando di concorso, i tre racconti selezionati e l’intervista alla vincitrice della prima edizione, Anna Rossetto.

Al termine della passata estate ho deciso di dare la possibilità alle nuove voci (nuove, non giovani, ma nemmeno così tanto nuove) di vedere il proprio racconto pubblicato da qualche parte, o meglio, sul mio blog. Non pretendo certo di essere alla pari con i grandi concorsi letterari, e questo non è nemmeno un concorso vero e proprio dato che solo io leggerò i racconti e solo io li valuterò, ma sono sicura di poter dare grande soddisfazione a chiunque abbia scritto o voglia scrivere un racconto.

A volte basta confrontarsi, avere il coraggio di far leggere a qualcuno il proprio lavoro…

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Lucenera di Barbara Baldi

La caduta, la miseria, l’ostilità sociale.
E la forza di una giovane donna che persegue,
sola contro tutti, un suo progetto di redenzione.

 

La Luce Nera

Lucenera di Barbara Baldi è datato novembre 2017, edito dalla Oblomov Edizioni. Con estremo ritardo, mi ritrovo tra le mani questo piccolo gioiello d’arte e narrativa. Del quale, in un caldo pomeriggio di questa estate a malapena in corso, ho divorato ogni vignetta, con un’avidità che spesso mi accompagna quando qualcosa mi colpisce nel profondo.

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Lucenera si apre con un lutto: la nonna di Clara, la protagonista, viene a mancare all’improvviso. Al dolore per la tragedia si aggiunge una ferita più grande; la separazione dall’amata nonna, oltre a squarciare la monotonia imperante nella Flintham Hall, spacca il rapporto tra Clara e sua sorella Olivia. Vecchi dissapori, di cui poco sappiamo, inaspriscono il legame tra le due: a Olivia va in eredità una cospicua somma di denaro, ma non la casa in cui ha vissuto. Ciò crea nel suo animo astio e risentimento, sufficienti a convincerla a cambiare vita. Londra, senza alcun dubbio, avrà in serbo una nuova vita.

Clara, invece, dovrà farsi farsi carico della magione. Un compito che la giovane affronta con grande sacrificio, fin tanto a impegnarsi al fianco della sua servitù. Ma non è abbastanza. Come una novella Malavoglia, i suoi sforzi si infrangono contro un fato meschino e ingrato, che la vede scendere sempre più in un baratro.

La bellezza di un quadro

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Di Lucenera colpiscono i colori e i disegni. Dalla prima vignetta all’ultima, si ha la certezza di assistere a una fiaba agrodolce, dai toni cupi ma vividi. Il tratto è graffiante, come le ferite del destino sul cuore di Clara. Una storia dai toni cupi, ma graziosa e stupenda. Una luce buia, fatta di disavventure, ma che risplende meravigliosa agli occhi di chi vi si affaccia. La regia è superba. La lettura scorre gradevole, capace di trascinare il lettore fino all’ultima stupenda pagina.

 

Il mio punto di vista

Lucenera è un racconto sullo stoicismo. Clara è, per molti versi, una Malavoglia; lei però non ha tentato di beffare il destino, né di cambiarlo. Il destino ha deciso per lei, piombandole contro con tutte le sue forze. Laddove però Olivia, sua sorella, ha scelto la fuga, nella speranza di una nuova vita, Clara si è fatta carico della tempesta e l’ha attraversata.
Lucenera è, a tutti gli effetti, un racconto di speranza. Clara non aggredisce le sue sventure, le affronta con apparente rassegnazione, ma celando, invece, grande coraggio e spirito di sacrificio encomiabili. Perché, a volte, per superare una tempesta è sufficiente posare i remi e farsi trascinare dalla corrente.
E se il destino avrà in serbo per lei un lieto fine, questo potrete scoprirlo solo leggendolo!

  • EDITORE: OBLOMOV EDIZIONI
  • COLLANA: FEININGER
  • PAGINE: 120 / COLORI
  • FORMATO: 21,5x30 cm
  • RILEGATURA: BROSSURA
  • CARTA: ARCOPRINT EDIZIONI
  • ISBN: 978-88-85621-05-3

Link: https://www.oblomovedizioni.com/libri-lucenera.php

La Sposa del Sole – Estratto #1

Alcor allungò le braccia, nel vano tentativo di rimediare. Sua sorella, però, declinò l’aiuto. Afferrò sottobraccio l’anziano genitore e insieme terminarono gli ultimi gradini. Lì, oltre il piccolo atrio della chiesa, la luce divina entrò dalle grandi vetrate colorate e si proiettò su di loro. Ma, non appena il cavaliere fece un passo avanti, il bagliore svanì. Il Dio Sole, adirato verso di lui, coprì il proprio sguardo con delle nubi; un’ombra opprimente si gettò su di lui. Restò immobile. Il messaggio era fin troppo chiaro: non era più degno dipartecipare a quella mensa.

Il vero problema di 50 Sfumature di Grigio

Il Nido del Corvo

Onestamente mi sono stancato.

È vero, il fenomeno di Cinquanta Sfumature di Grigio è abbastanza vecchio, ed in tanti ne hanno cavalcato l’onda. In molti ancora continuano a farlo, però, dividendosi in due fazioni: i finti alternativi, ossia i blogger di dubbia consistenza che criticano l’ovvio, sfornando una serie di motivi sterili che li portano a dichiarare <<ehhh mi aspettavo di più, sapete?>>, e coloro che riescono a tessere le più improbabili lodi scovando, con le loro “opinioni”, un indecifrabile romanticismo tra le pagine di E.L. James.

Lo ammetto, all’inizio accettavo la cosa in modo divertito, leggendo le loro “opinioni” (<<il cielo è viola>> è una opinione, certo, ma una opinione oggettivamente sbagliata) neanche troppo seriamente, salvo poi trovare noia per la omogeneità della cosa e arrivando, infine, a pormi una domanda strumentale: lo stiamo criticando nel modo corretto 50 Shades? Caro blogger dall’opinione elementare facile, è troppo semplice criticare…

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Elements di Teresa Bonaccorsi

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Trama

La storia si svolge attorno a Clara, che vive nell’entroterra siculo. Tutto però cambia quando Clara fa lo conoscenza di Gabriel. Il ragazzo le appare fin da subito diverso da tutti gli altri: l’aura di mistero che lo circonda non fa che crescere di continuo e, prima che se ne renda conto, Clara si ritroverà in una battaglia più grande di quanto lei avesse mai potuto immaginare. Sarà lei l’ago della bilancia che determinerà la salvezza di due mondi a lei sconosciuti?

Stile

L’unica pecca che ho riscontrato nello stile di scrittura dell’autrice è una mancanza di “show don’t tell”. L’autrice spiega molto, anziché mostrare. Questo, nonostante una grammatica pulita e pochi errori d’ortografia, influisce sulla scorrevolezza del testo. Spesso, anziché sentirmi dire cosa prova Clara, avrei preferito scorgere i suoi stati d’animo mediante gestualità (gli italiani sono campioni in questo, perché non approfittarne?) e/o espressioni del volto.

Punti di forza

L’ambientazione del romanzo è la Sicilia, ma, anziché scegliere località blasonate, l’autrice si muove in zone di periferia, o comunque a lei congeniali. Ciò premia una veridicità degli ambienti, dei luoghi e delle situazioni; un click di google map è sufficiente per muoversi nelle stesse località di Clara.

Punti deboli

Nel corso della storia l’autrice ci presenta molti elementi (e non è un gioco di parole!). Le tematiche, tutte interessanti, non sono però approfondite e spesso scadono nel dimenticatoio in favore di una storia d’amore che, pur dovendo rappresentare uno dei punti cardinali, non ha quelle fondamenta necessarie affinché regga l’intero svolgimento degli eventi. A questo si aggiunge una non ben chiara digressione degli stessi: l’alternarsi di questi elementi risulta quasi conflittuale, al punto che si può dividere il romanzo in blocchi e scoprire che, negli stessi, si parla o solo di quell’argomento o soltanto di quell’altro argomento.

La mia opinione

Elements avrebbe meritato una maggiore cura in fase di editing, oppure, in ogni caso, il lavoro di un professionista per quanto concerne la struttura narrativa. Di questa pecca ne risente un po’ tutto il comparto: i personaggi, le vicende, i colpi di scena, l’evoluzione della trama, lo svolgimento della stessa. Vi sono alcuni errori evidenti (fulmini che cadono in mare senza folgorare nessuno ndr), altri un po’ banali (alcune vicende a cui nessuno pare far caso, nonostante siano fin troppo assurde o palesi) e una generale superficialità nel trattare argomenti complessi (come l’amore). Ed è un peccato: l’idea di base buona, se sviluppata nel modo giusto, avrebbe fatto balzare Elements nella lista dei miei preferiti.

 

La plagiatrice di libri senza vergogna!

Le dieci cose che un autore esordiente non deve fare:
1 – copiare i libri altrui
da 9 a 10 altre cose che riguardano il non copiare.

Liberi di Essere

Odio dover scrivere di questioni editoriali, ma mai quando si tratta di sputtanare colleghi autori, o presunti tali, che si fanno beffe dei tanti lettori plagiando il lavoro altrui. Va bene, il settore editoriale è allo sbaraglio totale e sta vivendo un periodo un po’ burrascoso. Da quando i pc e le mail hanno sostituito le vecchie macchine per scrivere e i poderosi plichi da spedire ai quattro angoli del mondo editoriale, tutti hanno cominciato a scrivere a più non posso, raramente per puro lavoro, spesso per passione, troppo spesso per la sete di facili guadagni. Poi ci sono i casi limite, quelli che ti fanno cadere letteralmente la penna dalle mani, e anche qualcos’altro dal centro delle gambe, che minano la buona volontà di tutti quegli autori davvero seri, quelli che si impegnano giorno e notte a inventare e raccontare le storie più disparate, quelli che cercano di regalare…

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