Lucenera di Barbara Baldi

La caduta, la miseria, l’ostilità sociale.
E la forza di una giovane donna che persegue,
sola contro tutti, un suo progetto di redenzione.

 

La Luce Nera

Lucenera di Barbara Baldi è datato novembre 2017, edito dalla Oblomov Edizioni. Con estremo ritardo, mi ritrovo tra le mani questo piccolo gioiello d’arte e narrativa. Del quale, in un caldo pomeriggio di questa estate a malapena in corso, ho divorato ogni vignetta, con un’avidità che spesso mi accompagna quando qualcosa mi colpisce nel profondo.

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Lucenera si apre con un lutto: la nonna di Clara, la protagonista, viene a mancare all’improvviso. Al dolore per la tragedia si aggiunge una ferita più grande; la separazione dall’amata nonna, oltre a squarciare la monotonia imperante nella Flintham Hall, spacca il rapporto tra Clara e sua sorella Olivia. Vecchi dissapori, di cui poco sappiamo, inaspriscono il legame tra le due: a Olivia va in eredità una cospicua somma di denaro, ma non la casa in cui ha vissuto. Ciò crea nel suo animo astio e risentimento, sufficienti a convincerla a cambiare vita. Londra, senza alcun dubbio, avrà in serbo una nuova vita.

Clara, invece, dovrà farsi farsi carico della magione. Un compito che la giovane affronta con grande sacrificio, fin tanto a impegnarsi al fianco della sua servitù. Ma non è abbastanza. Come una novella Malavoglia, i suoi sforzi si infrangono contro un fato meschino e ingrato, che la vede scendere sempre più in un baratro.

La bellezza di un quadro

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Di Lucenera colpiscono i colori e i disegni. Dalla prima vignetta all’ultima, si ha la certezza di assistere a una fiaba agrodolce, dai toni cupi ma vividi. Il tratto è graffiante, come le ferite del destino sul cuore di Clara. Una storia dai toni cupi, ma graziosa e stupenda. Una luce buia, fatta di disavventure, ma che risplende meravigliosa agli occhi di chi vi si affaccia. La regia è superba. La lettura scorre gradevole, capace di trascinare il lettore fino all’ultima stupenda pagina.

 

Il mio punto di vista

Lucenera è un racconto sullo stoicismo. Clara è, per molti versi, una Malavoglia; lei però non ha tentato di beffare il destino, né di cambiarlo. Il destino ha deciso per lei, piombandole contro con tutte le sue forze. Laddove però Olivia, sua sorella, ha scelto la fuga, nella speranza di una nuova vita, Clara si è fatta carico della tempesta e l’ha attraversata.
Lucenera è, a tutti gli effetti, un racconto di speranza. Clara non aggredisce le sue sventure, le affronta con apparente rassegnazione, ma celando, invece, grande coraggio e spirito di sacrificio encomiabili. Perché, a volte, per superare una tempesta è sufficiente posare i remi e farsi trascinare dalla corrente.
E se il destino avrà in serbo per lei un lieto fine, questo potrete scoprirlo solo leggendolo!

  • EDITORE: OBLOMOV EDIZIONI
  • COLLANA: FEININGER
  • PAGINE: 120 / COLORI
  • FORMATO: 21,5x30 cm
  • RILEGATURA: BROSSURA
  • CARTA: ARCOPRINT EDIZIONI
  • ISBN: 978-88-85621-05-3

Link: https://www.oblomovedizioni.com/libri-lucenera.php

La Sposa del Sole – Estratto #1

Alcor allungò le braccia, nel vano tentativo di rimediare. Sua sorella, però, declinò l’aiuto. Afferrò sottobraccio l’anziano genitore e insieme terminarono gli ultimi gradini. Lì, oltre il piccolo atrio della chiesa, la luce divina entrò dalle grandi vetrate colorate e si proiettò su di loro. Ma, non appena il cavaliere fece un passo avanti, il bagliore svanì. Il Dio Sole, adirato verso di lui, coprì il proprio sguardo con delle nubi; un’ombra opprimente si gettò su di lui. Restò immobile. Il messaggio era fin troppo chiaro: non era più degno dipartecipare a quella mensa.

Il vero problema di 50 Sfumature di Grigio

Il Nido del Corvo

Onestamente mi sono stancato.

È vero, il fenomeno di Cinquanta Sfumature di Grigio è abbastanza vecchio, ed in tanti ne hanno cavalcato l’onda. In molti ancora continuano a farlo, però, dividendosi in due fazioni: i finti alternativi, ossia i blogger di dubbia consistenza che criticano l’ovvio, sfornando una serie di motivi sterili che li portano a dichiarare <<ehhh mi aspettavo di più, sapete?>>, e coloro che riescono a tessere le più improbabili lodi scovando, con le loro “opinioni”, un indecifrabile romanticismo tra le pagine di E.L. James.

Lo ammetto, all’inizio accettavo la cosa in modo divertito, leggendo le loro “opinioni” (<<il cielo è viola>> è una opinione, certo, ma una opinione oggettivamente sbagliata) neanche troppo seriamente, salvo poi trovare noia per la omogeneità della cosa e arrivando, infine, a pormi una domanda strumentale: lo stiamo criticando nel modo corretto 50 Shades? Caro blogger dall’opinione elementare facile, è troppo semplice criticare…

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Elements di Teresa Bonaccorsi

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Trama

La storia si svolge attorno a Clara, che vive nell’entroterra siculo. Tutto però cambia quando Clara fa lo conoscenza di Gabriel. Il ragazzo le appare fin da subito diverso da tutti gli altri: l’aura di mistero che lo circonda non fa che crescere di continuo e, prima che se ne renda conto, Clara si ritroverà in una battaglia più grande di quanto lei avesse mai potuto immaginare. Sarà lei l’ago della bilancia che determinerà la salvezza di due mondi a lei sconosciuti?

Stile

L’unica pecca che ho riscontrato nello stile di scrittura dell’autrice è una mancanza di “show don’t tell”. L’autrice spiega molto, anziché mostrare. Questo, nonostante una grammatica pulita e pochi errori d’ortografia, influisce sulla scorrevolezza del testo. Spesso, anziché sentirmi dire cosa prova Clara, avrei preferito scorgere i suoi stati d’animo mediante gestualità (gli italiani sono campioni in questo, perché non approfittarne?) e/o espressioni del volto.

Punti di forza

L’ambientazione del romanzo è la Sicilia, ma, anziché scegliere località blasonate, l’autrice si muove in zone di periferia, o comunque a lei congeniali. Ciò premia una veridicità degli ambienti, dei luoghi e delle situazioni; un click di google map è sufficiente per muoversi nelle stesse località di Clara.

Punti deboli

Nel corso della storia l’autrice ci presenta molti elementi (e non è un gioco di parole!). Le tematiche, tutte interessanti, non sono però approfondite e spesso scadono nel dimenticatoio in favore di una storia d’amore che, pur dovendo rappresentare uno dei punti cardinali, non ha quelle fondamenta necessarie affinché regga l’intero svolgimento degli eventi. A questo si aggiunge una non ben chiara digressione degli stessi: l’alternarsi di questi elementi risulta quasi conflittuale, al punto che si può dividere il romanzo in blocchi e scoprire che, negli stessi, si parla o solo di quell’argomento o soltanto di quell’altro argomento.

La mia opinione

Elements avrebbe meritato una maggiore cura in fase di editing, oppure, in ogni caso, il lavoro di un professionista per quanto concerne la struttura narrativa. Di questa pecca ne risente un po’ tutto il comparto: i personaggi, le vicende, i colpi di scena, l’evoluzione della trama, lo svolgimento della stessa. Vi sono alcuni errori evidenti (fulmini che cadono in mare senza folgorare nessuno ndr), altri un po’ banali (alcune vicende a cui nessuno pare far caso, nonostante siano fin troppo assurde o palesi) e una generale superficialità nel trattare argomenti complessi (come l’amore). Ed è un peccato: l’idea di base buona, se sviluppata nel modo giusto, avrebbe fatto balzare Elements nella lista dei miei preferiti.

 

La plagiatrice di libri senza vergogna!

Le dieci cose che un autore esordiente non deve fare:
1 – copiare i libri altrui
da 9 a 10 altre cose che riguardano il non copiare.

Liberi di Essere

Odio dover scrivere di questioni editoriali, ma mai quando si tratta di sputtanare colleghi autori, o presunti tali, che si fanno beffe dei tanti lettori plagiando il lavoro altrui. Va bene, il settore editoriale è allo sbaraglio totale e sta vivendo un periodo un po’ burrascoso. Da quando i pc e le mail hanno sostituito le vecchie macchine per scrivere e i poderosi plichi da spedire ai quattro angoli del mondo editoriale, tutti hanno cominciato a scrivere a più non posso, raramente per puro lavoro, spesso per passione, troppo spesso per la sete di facili guadagni. Poi ci sono i casi limite, quelli che ti fanno cadere letteralmente la penna dalle mani, e anche qualcos’altro dal centro delle gambe, che minano la buona volontà di tutti quegli autori davvero seri, quelli che si impegnano giorno e notte a inventare e raccontare le storie più disparate, quelli che cercano di regalare…

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Mezzosangue di Vincenzo Romano

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TITOLO

Mezzosangue

AUTORE

Vincenzo Romano

RECENSIONE

Se non desiderate spoiler ma volete comunque sapere cosa ne penso del romanzo, potete trovare su Amazon la mia recensione. In caso contrario, mettetevi comodi.

 

TRAMA

Kai, da cacciatore, è diventato preda. La sua ricerca si è trasformata in una fuga disperata. Un misterioso assassino lo tormenta da settimane con agguati continui, limitandosi a ferirlo e scappare. Il bosco nelle vicinanze di un piccolo villaggio sembra essere il luogo scelto dal suo persecutore per concludere quel gioco crudele. Kai cade, attende il colpo di grazia. Narog è un giovane mezz’orco. Vive con il suo patrigno nel piccolo villaggio di Craughway dove solo in pochi conoscono il suo segreto. Un giorno, mentre è a caccia nella foresta che circonda il villaggio, si imbatte in uno scontro mortale.

Noi siamo l’autore e, finalmente, abbiamo realizzato una trama. Fila tutto liscio. Non dobbiamo far altro che sederci, scrivere e concludere il nostro primo romanzo. All’improvviso ci blocchiamo: qualcosa non va. Le situazioni in cui si sono invischiati i personaggi offrono, ora, strade alternative. Nuove trame, nuovi sviluppi. Che cosa fare?

L’incredibile rete di trame e sotto-trame che si profilano all’orizzonte ci spaventano. E se il mio protagonista morisse? E se quell’evento, da me pianificato mesi fa, non si avverasse? Se il finale fosse diverso?

In quest’ottica diventa facile cadere nelle plot armor, con tutte le conseguenze del caso. Non mi è difficile sostenere che sia stato questo il percorso mentale che Vincenzo Romano ha affrontato durante la stesura di Mezzosangue. La sua è paura nei confronti di una storia diversa da quella progettata. In un primo momento questa sensazione è flebile. Alcune cose che accadono nel romanzo sembrano semplice fortuna. Proseguendo con la lettura diventa evidente che Narog e Kai devono arrivare dal punto A la punto B, a prescindere da tutto. Qualsiasi cosa capiti loro in questo intramezzo è soltanto di contorno. 

Il sentimento che fonda le basi del romanzo è l’amicizia tra Narog e Kai. Due mezzisangue (uno mezz’orco e l’altro mezz’elfo) che si ritrovano a scappare perché braccati da un sicario. Qualunque sia il legame tra i due non lo si avverte. Spesso i sentimenti sono parole su carta o pensieri in grassetto. L’interazione è sempre la stessa: Kai che non vuole rivelare troppe cose a Narog e quest’ultimo che rimpiange il suo bel paesino (che è Shealgair, non Craughway come dice la sinossi). Come questi due arrivino a diventare amici non è ben chiaro, ma la trama vuole così e così succede.

La parte più interessante è quella che dura di meno. L’inseguimento di Del’mos ai danni di Narog e Kai, per quanto montato su presupposti fallaci, rappresenta un racconto tutto sommato gradevole e interessante. Purtroppo, alla morte di Del’mos, ucciso da un nano a cavallo di un grifone, il treno viaggia sul binario 2 e da lì non si muove più. Gli archi narrativi successivi sono brevi e durano quanto basta per favorire i protagonisti. 

La carovana su cui viaggiamo non fa fermate, se non per poco. Diventiamo spettatori di una messinscena che non si forza più nemmeno di apparire naturale. Le trovate narrative diventano, man mano che la storia prosegue, più evidenti e forzate. 

UNA MINESTRA RISCALDATA?

Il fantasy italiano è un uroboro. Risulta piuttosto semplice incappare nel “già letto” e uscirne insoddisfatti. Alcuni elementi di Mezzosangue, per chi legge il fantasy, sono molto simili a tanti altri racconti.

  • Gli orchi, rei di una guerra passata, pagano dazio per le atrocità commesse in termini di odio razziale e profonda paura. Sono una razza osteggiata a tal punto che Narog passa gran parte della sua vita incappucciato o a nascondersi. Quelle poche volte che è a viso scoperto è vittima di bullismo.
  • Le pietre magiche, che sono uno dei cardini della trama, sono oggetti antichi e poco conosciuti. Donano meravigliosi poteri a chi sa domarle, ma -sulla carta- è più facile trovare un unicorno che possedere una pietra.
  • Tra le gilde a cielo aperto (cavalieri, ladri, ecc ecc) esiste una organizzazione clandestina di assassini semi-sconosciuti ma famigerati. Quest’ultima è parte integrate di una buona fetta della storia, in quanto Del’mos ne è un componente.
  • Tutte queste cose, in un modo o nell’altro, confluiscono in un’antica profezia: “Un mezz’elfo riunirà le pietre magiche e porterà l’equilibrio”.

Questi cliché, che si potrebbero scusare in quanto parte fondante di qualunque racconto fantasy, soffrono di una problematica più seria: in Mezzosangue non esiste un vero worldbuilding e i cliché sembrano montati ad arte per favorire Narog e Kai.

PLOT ARMOR

Quando affermo che ogni cosa nel romanzo esiste in favore di Narog e Kai, voglio sottolineare come la struttura della storia sia stata ideata giustappunto per favorire la loro personale storia. Non esiste nient’altro. Il regno di Mezzosangue non sembra avere neanche un nome. La mappa è striminzita e mostra le tappe del loro viaggio e poche altre località. La sensazione è che Narog e Kai stiano girando in un’area grande quanto una regione italiana. La loro caratterizzazione è inesistente e il loro rapporto è falsato da un format preimpostato di vicende, che si ripetono quasi identiche fino alla fine.

Ma andiamo per ordine.

Il primo schiavo della trama è Del’mos. Un personaggio inutile. Appare a inizio romanzo, prossimo a uccidere Kai. Narog, che è armato di arco e frecce, lo carica con una scure. Essendo che il mezz’orco è un cacciatore e ha piazzato trappole nella zona tempo prima, putacaso, quando sta per essere sgozzato, viene salvato appunto da una di queste. Del’mos si becca un colpo di scure in pieno petto, ma sopravvive. Fugge e riprenderà, dopo un breve intrallazzo, la sua caccia ai due personaggi. La sua esistenza è funzionale alla causa che porterà Kai e Narog a stringere amicizia: i due devono avere un motivo per diventare amici e tale motivo è una rocambolesca fuga. Perfino il motivo dell’inseguimento è campato per aria. Del’mos pare alla ricerca di queste pietre e riteneva Kai un probabile possessore. In una maniera non ben chiara capisce che è Narog a possedere delle pietre magiche e, in maniera ancora meno chiara, Kai capisce che il mezz’orco è in pericolo. Sicché i due, che si conoscono da appena una settimana, decidono di fuggire assieme. Del’mos viene ucciso nell’istante in cui ha terminato la sua utilità.

Da un personaggio si passa poi a un’intero arco narrativo. Tutta la parte della scuola dei cavalieri è così di contorno che, dopo nemmeno una settimana di arruolamento, se ne vanno. Questa fetta di storia esiste solo affinché il mezz’elfo, che era in viaggio alla ricerca del suo maestro, trovi nella città di Zaleb indizi per riprendere la ricerca: pare che Lolindìr sia rimasto per cinque stagioni nella città, ma prima di spostarsi ha lasciato degli indizi che esortano Kai a cercarlo altrove. A questo giro, in contemporanea, Narog subisce in ordine le seguenti cose: atti di bullismo, impara a usare una delle due pietre magiche (dotata di poteri curativi) e scopre che l’ascia bipenne datagli in eredità appartiene a Lugbag, uno dei più spietati orchi mai esistiti. Sicché l’alto consiglio dell’Ordine decide a cuor leggero di cacciare via Narog dalla Rocca dei Grifoni. Kai coglie al volo la cosa per andarsene a sua volta. Ed ecco che i nostri due eroi possono riprendere il viaggio, come se niente fosse. Vicini vicini, direbbe qualcuno.

Dopo aver abbandonato Zaleb, Narog e Kai faranno la conoscenza di Kern il Falco. Questi, presentandosi come compagno di Del’mos, deciderà di vendicarlo. Il trio si scontra. Narog (che aveva imparato a padroneggiare pure l’altra pietra) gli spara una palla di fuoco addosso. Segue un tira e molla con Kai, quindi lo scontro termina con la ritirata dell’aggressore. Kern ci riprova di notte e tra gli alberi, non prima che Narog gli abbia gentilmente offerto la sua posizione sparando una palla di fuoco su un albero. Il mezz’orco prima viene attirato, poi viene ridotto al silenzio da una magia, quindi viene rapidamente sconfitto. Quando però il nostro eroe sta per morire ecco che va in berserk, riducendo Kern a uno yogurt. Il fantomatico Falco, che nasce e muore nel giro di due capitoli, non serve a nient’altro che a fare da sprono a Narog. Dal momento che questi non faceva altro che seguire Kai perché sì, ora un motivo c’è l’ha: trovare dei testi su Lugbag e/o sul suo strano nuovo potere. Chiaro che questa sua intenzione collima perfettamente con quelle di Kai.

Narog e Kai, arrivati a Waetonak, vengono derubati da una ragazzetto chiamato Wic. L’intermezzo dura due secondi, tra Kai che lo rincorre per tutta la città e Narog che, uscendo da un vicolo, lo acchiappa al volo per puro caso. Fortunato sto mezz’orco, non c’è che dire. Il bimbo si rivela essere il figlio del boss della più grande gilda di ladri di Grehaven (no, non ho sbagliato). Come logica conseguenza, il duo ottiene perfino la benedizione delle Ombre del Crepuscolo. Non solo: Wic rivela a Kai che uno studioso è rimasto nella biblioteca della città per lungo tempo. Per associazione di idee, Kai deduce che si tratti del maestro. Quindi, recatosi in biblioteca, scopre che era veramente lui e che gli ha pure lasciato qualcosa. Qui accadono più o meno le seguenti situazioni: Kai ottiene prima la spada magica dei Custodi, poi un messaggio con l’ultima destinazione del maestro; Narog scopre dell’esistenza di alcuni guerrieri capaci di trasformarsi in lupo, poi trova un testo che racconta delle vicende degli Orchi capitanati da Lugbag ma manca una pagina. Ora i due amici hanno destinazioni diverse, paventando una separazione quasi inevitabile.

Quasi, appunto. Se avete letto fin qui e avete chiaro l’andazzo di questa storia, immagino non dovrebbe meravigliare il fatto che succede qualcosa che costringe Kai e Narog a restare uniti. L’ennesimo personaggio usa e getta, che si fa chiamare Sosala, circuisce il duo con un tranello. Quindi avvelena il loro cibo e, tutta sorridente, se ne scappa. Sottolineo, come scritto nel romanzo, che tutti e tre mangiano la brodaglia, ma solo Narog è avvelenato. Sosala, ora che non serve a niente, scompare totalmente dalla scena. Non si cura nemmeno di assicurarsi di come si andato l’attacco.
Narog ha tutto il tempo di mangiare, ma avverte i sintomi solo quando dona un pezzo di zuppa al cane e lo vede morire. Kai, eseguendo un’autopsia sul cane, arriva alla conclusione che a Narog serve un antidoto. Lo carica sul cavallo e passano due giorni circa, finché non arrivano da un curatore. Qui Narog sembra guarire, ma il pericolo incombe: “Ha ancora le tossine in corpo, vi conviene trovare un curatore migliore di me”. E via, in viaggio ancora insieme.

La tappa finale di questa storia vede Narog e Kai cercare una nave per attraversare il tratto marino che li separa dalla capitale degli elfi. Visto che ci sono, si offrono di aiutare dei carpentieri ad aggiustarne una. Quindi sbarcano a destinazione e arrivano nel magico bosco fatato che fa perdere le tracce a qualunque invasore. Girano un po’ a casaccio, finché, con vari espedienti narrativi, non arrivano alla soluzione: superano la barriera elfica masticando un tipo speciale di erba.
A metà strada dalla destinazione, gli effetti della medicina su Narog svaniscono e il mezz’orco è di nuovo a rischio. Kai fa giusto in tempo a portarlo in un tempio e gli elfi lo rimettono in sesto in poco tempo. E io che mi stavo preoccupando! 
Intanto, Kai finalmente si riunisce al maestro. Questi abbraccia l’allievo e gli annuncia dove si terrà la prova finale. Narog guarisce giusto in tempo per assistere allo scontro. Prova termina così:

  • Kai esegue un colpo dall’alto.
  • Lolindìr, sconfitto, commenta: “Come facevi a saperlo?”
  • Kai risponde: “Mi hai sempre detto che nessuno si aspetta un attacco dall’alto!”

Ora che Kai ha ottenuto tutto ciò che voleva, anche l’ultima parte di trama che lo riguarda, la profezia del mezz’elfo, si dissolve come neve al sole. Sua zia gli rivela che la vera profezia recita: “Un mezz’elfo figlio di un guerriero leggendario riunirà tutte le pietre e poterà l’equilibrio“. Vorrei aprire una parentesi che ho tralasciato fino ad ora per un motivo: Kai è vittima, durante tutta la sua vita, di varie forme di razzismo. Gli elfi, in virtù della profezia, lo ritengono portatore di sventura e non si fanno problemi a trattarlo uno schifo. Perfino mandarlo ad allenarsi dai Custodi (di cosa, poi?), col rischio che schiatti, è per loro una bella idea. Poi la zia fa una ricerca e scopre che il marito della sorella era un generico esploratore. Dunque, Kai non è il portatore di sventura.
A questo giro, è chiaro che manca l’ultimo tassello: Narog guarda caso trova il libro delle Grandi Guerre con l’ultima pagina che gli serviva! Ora può completare la ricerca su quello che è, senza alcun dubbio, suo padre; questo legge:

Cattura

Qui, miei cari lettori, si conclude questa storia.

Vite di Carta

Vite di Carta

di Marco Rincione e Giulio Rincione

SCHEDA TECNICA

Collana Timed
Pagine 64
Stampa colore
Larghezza 21
Altezza 29,7
Rilegatura Cartonato
Lingua Italiano

Trama

Cos’è la vita vera? Quella di Carl è fatta di personaggi inventati. Bizzarre creature parlanti che sembrano uscite da un fumetto. Carl è un Timed, dotato di una super-empatia che lo rende in grado di entrare in contatto con i ricordi altrui e renderli reali. Ma i ricordi, quelli che tormentano Carl, lo hanno raggiunto anche dove ora lui si nasconde, ai confini estremi dell’Irlanda. Quelli di sua moglie, della sua vita passata, che vorrebbe riassaporare prima di morire e verso cui si mette in viaggio, insieme alla sua stramba compagnia, per l’ultima volta.

Ci troviamo nell’universo supereroistico della Shockdom, caratterizzato da due nuovi stati e, dunque, un nuovo ordine mondiale. Abbiamo da una parte il NewState, l’impero economico basato sulla salvaguardia delle risorse naturali attraverso lo sviluppo tecnologico; e TheNation, alleanza che punta alla ridistribuzione equa delle ricchezze del Pianeta su tutti i propri abitanti.

Tuttavia, in Vite di Carta l’attenzione è rivolta principalmente sui Timed: persone dotate di poteri sovrannaturali mai dai limiti temporali ben precisi (da qui il nome), tale che al termine del dono finisce anche la loro vita.

 

A un primo impatto la mia impressione è stata un solido già visto. Non mentiamoci: il palcoscenico dei fumetti è strapieno di ambientazioni simili (anche quella del superpotere che causa la morte del suo utilizzatore non è del tutto nuova). Ciò nonostante, memore dei precedenti lavori del duo Rincione, ho lasciato che questo mio campanello suonasse a vuoto. La decisione più saggia da quella volta che decisi di rifiutare in automatico le chiamate di un call center.

Vite di Carta, in particolare, focalizza l’attenzione sulle vicende del protagonista Carl e gli strascichi della sua vita da Timed.

 

I disegno di Giulio sono stupendi. In particolare, ma è un’opinione del tutto personale, trovo che dia il suo meglio quando realizza tavole ai limiti dell’horror. In combinazione con la magistrale abilità di Marco di sondare gli animi umani, il risultato è un viaggio nella psiche di Carl che, per quanto mi riguarda, potrebbe funzionare benissimo come manuale di psicologia.

La trama è semplice all’apparenza. Quando la storia inizia, noi siamo già nel centro del ciclone, ma i danni che questo ha causato si dipanano un po’ alla volta. Semplice sì, ma non banale. Quella che si evince essere la ricerca della tranquillità da parte di un uomo, si rivela essere un abisso di emozioni e sentimenti capace di inghiottirci.

Una chicca che ho apprezzato molto è l’aver usato sapientemente i testi di alcune canzoni per descrivere luoghi, posti ed emozioni (con tanto di titoli a piè di pagina -per chi volesse ascoltarle).

Non ho riscontato errori di sorta. Lo stile narrativo di Marco e il tratto grafico di Giulio sono, incredibile a dirsi, privi di sbavature.

 

Aspetto grafico

Vite di Carta è una gioia per gli occhi. Giulio Rincione spazia senza alcuna difficoltà tra ambienti cittadini a isolate campagne, per poi volgere d’improvviso su piogge torrenziali, ove mostri terribili incombono tra le nubi. Angosce e paure sono magistralmente rappresentate, travolgendo il lettore in un turbinio di luce e oscurità. La mano dell’artista dipinge l’animo umano con una precisione quasi chirurgica, affinché sia facile discernere ciò che vede Carl da ciò che vendono gli altri. Ma quel confine è tanto sottile che, spesso, mi sono trovato a dubitare io stesso di ciò che vedevo. Capolavoro.

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Coerenza

Vite di Carta non presenta buchi di trama, imprecisioni, errori o strafalcioni. Tutto è perfettamente confezionato, dall’inizio alla fine. Non mi sento di muovere nessuna critica alla narrazione.

 

Personaggi

Vite di Carta ruota attorno a Carl, come già detto. Carl vive in una zona remota dell’Irlanda, lontano da tutto e tutti. Un uomo distrutto, perseguitato dai suoi stessi poteri. Dilaniato dalla solitudine, arriverà a fabbricare compagnie fittizie (di Carta, appunto) con le quali instillare una parvenza di relazione umana. Quello che però Carl non mette in conto è che, per quanto possa ricreare ciò che ha perso, niente sarà mai come prima. Proprio questa consapevolezza lo spingerà a un ultimo e disperato gesto: avere indietro la sua vita, o anche solo una parte di essa, affrontando a viso aperto tutto ciò che lo ha condotto sul baratro della sua esistenza.

Quella di Carl non è una vera e propria evoluzione. Carl è un uomo distrutto. Ciò che vediamo è poco meno che un guscio vuoto, animato da sentimenti negativi e terribili. Non è Carl a muoversi nella direzione dei suoi problemi, sono i problemi che bussano alla sua porta. Anche le soluzioni che adotta non sono, in realtà, delle vere soluzioni. Va specificato che Carl non ha molte alternative: il suo potere, quello di entrare in empatia con gli altri, lo sta distruggendo lentamente. Carl non solo vede i chiaroscuri dell’animo umano, ma può assorbirli come fossero i propri. Se in un primo momento la fuga e l’isolamento paiono aiutarlo, ben presto si ritroverà a ponderare una allettante possibilità: ritornare a uno stato di felicità precedente. Carl è l’emblema dell’uomo che si chiude in se stesso, perché incapace, per un motivo o per un altro, di crescere oltre i mali che lo stanno uccidendo. Per questo, a mio avviso, la risoluzione che egli trova ai suoi mali non rappresenta un lieto fine, ma una triste consolazione.

Pignolerie

 

Concludendo questa mia valutazione, posso dirmi più che soddisfatto. C’è veramente poco da obiettare. Mi riuscirebbe difficile trovare il pelo nell’uovo, in una storia che nasce e si chiude in sé stessa.

Ovviamente, la consiglio a chiunque. Lettori di fumetti e non.